Una serie di lavori a tema antropologico per capire le più incredibili modificazioni corporee mai realizzate.

A series of anthropological themed works to understand the most incredible body modifications ever made.

Scarificazione

La scarificazione consiste nella creazione di cicatrici decorative sul viso e/o sul corpo. Ha trovato ampia diffusione in Africa e più limitatamente in Australia e Papua Nuova Guinea. I cronisti del tardo impero romano descrissero con disgusto le cicatrici che deturpavano le guance dei nomadi Unni.

In Africa questo tipo di modificazione è stata praticata da diverse culture e gruppi etnici, soprattutto negli odierni Congo, Nigeria, Costa d’Avorio, Tanzania, Sudan ed Etiopia.

Alcune teorie sostengono che in queste aree la pelle liscia e nuda ha progressivamente perso attrattiva a causa dello scarso uso di abbigliamento per ovvi motivi geografici.

Al pari dell’altrettanto antica pratica del tatuaggio, la scarificazione si è quindi affermata come forma di abbellimento per decorare e diversificare con motivi simbolici e indelebili i corpi umani.

Il fatto che il tatuaggio sia più visibile sugli individui di pelle chiara e che gli individui di pelle scura siano più portati a sviluppare cheloidi (protuberanze di tessuto cutaneo) ci aiuta a spiegare come la scarificazione si sia diffusa maggiormente in certe zone del pianeta.

Oltre ad assumere un valore prettamente estetico, nel tempo la scarificazione è servita anche a veicolare importanti messaggi sociali come rango, stato matrimoniale, genealogia, appartenenza a una certa tribù o clan, oppure a invocare protezione contro sfortuna e malattie.

La scarificazione può essere fatta con tecniche diverse per ottenere principalmente due tipi di effetto: in profondità e in rilievo. Nel primo caso si eseguono semplicemente incisioni profonde della pelle in linee lunghe o corte, dritte, a zig-zag o curve fino a creare motivi anche molto elaborati. Per ottenere il rilievo è possibile sollevare una piccola quantità di pelle con un uncino e tagliare via la porzione rialzata. Questo crea una lesione sporgente che, accostata a tante altre, crea un effetto complessivo abbastanza sorprendente. A volte si inseriscono fango, cenere o veleni organici nei tagli appena praticati per avere cicatrici colorate o aumentare il rilievo del cheloide che ne risulta.

Il forte dolore provato durante le incisioni necessita di autocontrollo per essere sopportato, così la pratica è servita spesso da rito di passaggio per i ragazzi verso il mondo degli adulti, anticipando le sofferenze del combattimento per i maschi e del parto per le femmine.

Nei gruppi etnici in cui sono diffuse, le cicatrici rituali sono praticate sul viso per entrambi i sessi (dove oltre a essere segno di bellezza, per i maschi denotano coraggio, successo nella caccia o in guerra) e sul petto, spalle, addome e glutei, specialmente per le femmine.

Nell'Europa centrale del XIX e inizio XX secolo le cicatrici rituali sono state popolarizzate dalla cosiddetta mensur, un tipo di scherma praticata nei licei e nelle accademie militari. L'uso di spade affilate e dispositivi che proteggevano gli occhi ma non il viso causava spesso negli schermidori profondi tagli sul mento e sulle guance. Una volta rimarginati, essi erano mostrati come segno di coraggio e spavalderia.

Oggi la pratica della scarificazione è in declino nel continente africano a causa della disapprovazione dei governi locali e al declino dei matrimoni combinati, oltre a un uso maggiore di vestiti e un generale cambiamento del senso estetico. Contemporaneamente, si assiste alla comparsa di cicatrici decorative in alcune sottoculture dedite alla modificazione corporea estrema nei paesi industrializzati.

Piattelli labiali

I dischi o piattelli labiali sono oggetti di argilla cotta, legno, osso, pietra o metallo inseriti in un foro praticato tipicamente nel labbro inferiore o nello spazio tra quest'ultimo e il mento.

La procedura comincia aprendo un foro nel labbro inferiore (in casi più rari anche nel labbro superiore) in cui si infila un dischetto o cilindretto di diametro contenuto. Quando i bordi del taglio si cicatrizzano intorno al dischetto, lo si rimuove inserendone uno più grande. Questo viene ripetuto gradualmente fino ad ottenere la deformazione del labbro necessaria a contenere il disco finale che può andare da un diametro di 3 a 24 centimetri, a seconda dei vari gruppi etnici. Per i dischi più voluminosi si rende necessaria anche la rimozione dei denti incisivi inferiori. Ovviamente la deformazione del labbro così ottenuta diventa permanente e, una volta rimosso il disco, il tessuto rimane allargato e pendulo.

Mentre i cilindretti labiali sono portati sia da donne che uomini, i dischi sono generalmente portati dalle donne come apprezzata decorazione estetica, oltre che per segnalare lo stato matrimoniale e la posizione sociale ed economica (che sono quindi direttamente proporzionali al diametro del disco). Presso alcuni gruppi etnici la funzione può essere anche impedire l'accesso tramite bocca agli spiriti maligni o imitare il becco allargato di alcuni uccelli sacri.

Anche se gli esempi più noti di questa pratica riguardano l'Africa - popolazioni Mursi e Surma dell'Etiopia, Sara e Djinja del Ciad, Makololo del Malawi, Lobi di Ghana e Costa d'Avorio e Kirdi del Camerun - essa è attestata anche tra i Suya del Brasile. Inoltre le testimonianze dei primi conquistadores nell'attuale Messico riportano un ampio uso di cilindretti labiali d'oro o giada presso i nobili Maya ed Aztechi.

Deformazione del busto tramite corsetto

Un corsetto è un capo di abbigliamento tipicamente realizzato con stoffa e vari materiali di irrigidimento, indossato per restringere il busto e modificare la postura. Nei secoli passati i corsetti sono stati usati dalle donne in Europa e Stati Uniti per creare l'effetto di una circonferenza vita molto stretta. Ora questo uso "estetico" e di moda è decaduto, ma corsetti particolari continuano ad essere prodotti per ragioni mediche e pratiche feticistiche.

Anche altre culture nel mondo hanno considerato un pregio il possedere una vita stretta. Gli Ibitoe della Nuova Guinea, ad esempio, usavano stringersi cinghie intorno al busto.

Nell'Europa del XV secolo i corsetti venivano indossati sopra i vestiti, in genere dalle donne delle classi più agiate. La rigidità era garantita da stecche in osso di balena o legno e, se legato abbastanza stretto, spingeva i seni verso l'alto e la carne del busto verso il basso, creando quella figura "a clessidra" da sempre associata a una maggiore femminilità.

L'uso del corsetto è continuato nei secoli successivi, estendendosi anche a alle classi meno abbienti e poi alle colonie americane. La massima diffusione di questo particolare indumento si ebbe nel XIX secolo, quando la rivoluzione industriale permise di produrre corsetti economici e anche modelli pensati appositamente per abituare le ragazzine a portarli. Oltre a un gusto prettamente estetico, si diffuse l'associazione vittoriana tra la postura eretta causata dal corsetto e la virtù e disciplina femminili, mentre le donne che lasciavano liberi i loro corpi erano considerate pigre e immorali.

Il corsetto era tipicamente fissato sul corpo tramite lacci sulla parte posteriore: più stretto era il corsetto, più estremo era l'effetto sul corpo, fino a causare danni a costole e organi interni. Molte donne che indossavano corsetti molto stretti avevano difficoltà a respirare e un uso molto prolungato deformava in modo permanente la forma dello scheletro. Altri effetti collaterali potevano essere l'atrofia dei muscoli della schiena dovuta al disuso e difficoltà di parto. Anche con queste problematiche le donne continuarono a indossarlo fino alla metà del XX secolo, quando furono resi obsoleti dai cambiamenti della moda, della tecnologia (diffusione di intimo in fibre elastiche e dei reggiseni) e, negli anni '70, dall'ascesa del movimento femminista. Oggi il legame tra bellezza e una circonferenza vita ristretta non è scomparso, anche se la maggior parte delle donne ha sostituito la costrizione meccanica del corsetto con diete, esercizio fisico e chirurgia estetica. Nel passato l'uso dei corsetti non era tipicamente associata alla sessualità, oggi molti feticisti trovano questi indumenti (e la loro allacciatura sul corpo della partner) particolarmente erotici. I corsetti sono anche molto usati durante le esibizioni di burlesque.

Deformazione del piede - Loto d’oro

Questa pratica, diffusa in Cina dal decimo fino al ventesimo secolo, prevede l’applicazione di strette fasciature ai piedi di una bambina allo scopo di ridurne le dimensioni e controllarne la forma durante le fasi della crescita.

Inizialmente la deformazione dei piedi era riservata alle élite, specialmente nel nord della Cina, ma col tempo si diffuse a tutte le classi sociali.

I piedi così rimpiccioliti erano considerati attraenti in parte perché associati a un’idea di benessere economico - la donna in queste condizioni non poteva lavorare (e spesso nemmeno camminare) - in parte perché questa deformazione divenne segno di disciplina, virginità e di un’educazione corretta e tradizionale, aumentando le possibilità di contrarre un matrimonio vantaggioso.

La deformazione dei piedi cominciava quando la bambina aveva cinque o sei anni, con legature di tessuto molto strette. Tipicamente l’alluce veniva escluso dalla legatura, mentre le altre dita erano slogate e ripiegate sotto la pianta del piede. Le unghie erano attentamente tagliate per evitare tagli e infezioni. A intervalli di mesi, anno dopo anno, si rimuovevano le fasciature e il procedimento si ripeteva. La posizione innaturale all’interno della fasciatura deformava progressivamente la struttura ossea provocando dolori atroci durante tutto il periodo di crescita. La ragazza poteva solo camminare a stento sui talloni, che così si ispessivano.

Il risultato finale era un piede molto arcuato e piccolo, la cui lunghezza totale variava dai 12 ai 7,5 cm. Gli effetti collaterali comuni erano infezioni, paralisi e atrofia muscolare.

La Cina proibì la deformazione del piede nel 1911, ma nelle aree più remote fu praticata fino agli ’30 inoltrati. Quando gli agenti del Partito Rivoluzionario trovavano in un villaggio ragazze con i piedi fasciati ordinavano la rimozione dei bendaggi, causando sofferenze uguali a quelle che si pensava di eliminare.

L’ultima fabbrica che produceva le famigerate scarpette in seta che le donne con i piedi rimpiccioliti dovevano indossare cessò la produzione nel 1998. Oggi le ultime anziane sottoposte da piccole alle fasciature si trovano a dover convivere con la disabilità permanente dovuta a questa pratica.

Deformazioni e decorazioni nasali

Dai moderni piercing ormai diffusi nei paesi occidentali agli elaborati ornamenti in oro delle civiltà precolombiane, sono molti gli esempi in tutto il mondo di decorazioni applicate al naso.

Un caso singolare riguarda gli Atapani dell’Arunachal Pradesh, provinca dell'India nord-orientale, un gruppo etnico dai tratti somatici asiatici conosciuto per le sue abilità agricole, la ricca tradizione orale e la religione animista (Donyi-Polo, basata sulla contrapposizione complementare tra Sole e Luna), ma anche per le appariscenti modificazioni corporee a cui sono state sottoposte le loro donne.

La più particolare riguarda sicuramente l'inserimento su entrambi i lati del naso delle ragazze di piattelli di legno scuro. Nel tempo il cui diametro di questi piattelli diventa sempre maggiore, fino a deformare completamente il naso senza compromettere la respirazione.

Non è chiaro quando e perché questa pratica sia stata introdotta, ma i racconti tramandati oralmente confermano che la leggendaria bellezza delle donne Atapani fosse un problema, in quanto gli abitanti delle valli e regioni circostanti arrivassero addirittura a rapirle per renderle loro spose. Per questo gli anziani decisero di deformare il naso delle donne, creando una caratteristica detestabile agli occhi degli intrusi ma che lentamente divenne simbolo di orgoglio e appartenenza alla comunità. Questa sorta di "peggioramento" estetico era completato da semplici tatuaggi: una spessa linea verticale su fronte e naso, più altre sul mento, erano praticate sul viso delle ragazze con nerofumo mescolato a grasso di maiale, forse per rappresentare rughe di vecchiaia.

Non sappiamo se queste informazioni abbiano qualche fondamento di verità, ma sappiamo che le ultime donne Atapani viventi che presentano piattelli nasali e tatuaggi (negli anni '70 del XX secolo il governo indiano proibì questo genere di modificazioni) sono molto orgogliose del forte senso di appartenenza che queste caratteristiche esprimono.

 

Un altro esempio famoso di ornamento nasale è indossato dagli Asmat, un gruppo etnico stanziato nella Papua, provincia indonesiana sull'isola della Nuova Guinea. Si tratta di grandi piattelli a mezzaluna dalle punte arricciate ricavati da conchiglie e a volte ossa umane (soprattutto quando gli Asmat erano cacciatori di teste e cannibali). Dopo aver aperto il setto nasale (la parte di cartilagine che divide le narici) con la punta acuminata della penna di casuario, questi oggetti sono inseriti attraverso il foro in modo che le punte escano da entrambi i lati del naso per simulare le zanne di un cinghiale, animale apprezzato per la grande forza e aggressività.

Limatura dei denti

Le tribù Mentawai, stanziate sulle omonime isole a ovest di Sumatra, Indonesia, praticano la limatura dei denti per renderli appuntiti.

I Mentawai danno una grande importanza al concetto di anima e le anziane sostengono che una donna che, al raggiungimento della pubertà, non si sottoponga alla limatura dei denti sarà considerata brutta e così anche la sua anima. Le conseguenza sono che la donna non troverà mai marito e la sua anima deperirà, che farà quindi deperire anche il corpo. La limatura dei denti sembra dunque in grado di aiutare a mantenere l'equilibrio tra bellezza del corpo e dell'anima.

Quando per una ragazza arriva il momento di sottoporsi a questa operazione, molte persone si radunano per osservare quella che è considerata una vera e propria  cerimonia. Spesso sono presenti il futuro marito e la sua famiglia, mentre un uomo importante tra gli anziani, che ricopre le funzioni di sciamano, affila una sorta di scalpello: più sarà affilato, più veloce e meno dolorosa sarà tutto il procedimento. Cominciando dai denti frontali anteriori, lo sciamano posiziona lo scalpello sull'angolo del dente e, servendosi di un martello, picchia con precisione fino a conferire una forma appuntita. Per gli incisivi inferiori si usa invece una limetta simile a quelle per le unghie. Anche se una mano esperta può eseguire tutto in tempi abbastanza rapidi, il dolore è molto forte. Per cercare di alleviarlo, le donne masticano banane verdi (platano).

Oltre a questo famoso (perché ancora in uso) esempio indonesiano, in Asia la limatura dei denti è stata praticata anche nell'antica Cina e in Vietnam. In Australia gli aborigeni la praticavano per motivi spirituali. In Africa la limatura dei denti si eseguiva ritualmente in giovane età, per motivi estetici o per richiamare le virtù degli animali. I gruppi etnici coinvolti si trovavano in Sudan e nella fascia equatoriale, soprattutto in Congo e tra i pigmei di quella regione. A volte la limatura era praticata diversamente in base sesso: gli uomini modificavano solo gli incisivi superiori, mentre le donne entrambe le arcate.

Un famoso esempio di pigmeo congolese con i denti limati a cono è stato Ota Benga (1883-1916) che finì per essere esibirsi negli Stati Uniti all'interno di varie "esposizioni etnografiche", in realtà veri e propri zoo umani popolari in quell'epoca.

Sacerdote azteco

Il volto di un sacerdote azteco del dio Xipe Totec, subito dopo aver compiuto un sacrificio umano in cima alla piramide nel distretto sacro di Tenochtitlán (ora Città del Messico). Le modificazioni del corpo sono evidenti: orecchie auto-mutilate in onore del dio, lobi allargati da piercing d'oro massiccio, denti limati, labret (piercing labiale) di ossidiana. Presenta anche pittura del corpo e capelli sporcati da sangue umano. Questa rappresentazione è basata sul codice Nuttall precolombiano e descrizioni tratte da resoconti di conquistadores spagnoli.

Mutilazioni per elaborazione del lutto

I Dani sono una tribù tradizionale stanziata in una zona tra le più remote della Papua Nuova Guinea. Quando una persona della comunità muore, le donne parenti prossime del defunto subiscono l'amputazione di una parte di dito, tipicamente la prima falange, come forma di elaborazione del lutto. Raramente l'amputazione può riguardare anche alcuni uomini importanti.

Non si conosce l'origine esatta di questa pratica chiamata ikipalin, o perchè riguardi principalmente le donne più anziane, ma sappiamo che era già una tradizione consolidata quando i primi europei entrarono in contatto con i Dani e che continua ad essere praticata nonostante i divieti governativi.

La mutilazione viene eseguita con una sorta di scalpello di pietra affilata e subito dopo il moncherino è cauterizzato per fermare l'emorraggia e favorire la formazione di un'estremità callosa per sostituire il polpastrello perduto.

In altri casi l'estremità del dito può essere legata stretta per causarne la necrosi e poi il distacco.

La falange mozzata può essere quindi bruciata, le ceneri sepolte o conservate con cura, oppure può essere essiccata e infilata in una sorta di collana che può contare anche tre o quattro dita, a seconda delle perdite subite.

Una possibile spiegazione per questa pratica apparentemente macabra è che le dita della mano sono distinte e uniche, ma devono lavorare tutte insieme per raggiungere un obiettivo, ad esempio usare un utensile o un'arma. Così come la perdita di un singolo dito riduce le funzionalità della mano, la perdita di un membro della comunità compromette l'armonia e il potenziale di tutta la comunità. Inoltre il dolore fisico può essere un tramite importante per esprimere e diminuire il dolore emotivo. Il dolore per una mutilazione può essere forte ma guarisce relativamente presto, mentre il dolore emotivo può anche tormentare per anni o per sempre.

Ultimamente nelle società occidentali si comincia a parlare apertamente dei "tagli" praticati con lamette, soprattutto da adolescenti. Si tratta di una forma di autolesionismo che gli psicologi ritengono uno sfogo per traumi infantili, senso di inadeguatezza o altre cause varie e spesso difficili da individuare. Nonostante questa differenza di motivazioni rispetto ai Dani della Papua Nuova Guinea, si può forse intravedere una ricerca comune di sollievo tramite trasformazione del dolore mentale, difficile da spiegare e guarire, in dolore fisico, visibile e passeggero.